fotografare senza smartphone uomo nella Medina di Chefchaouen Marocco

Tornare a fotografare senza smartphone

Lasciato il telefono in borsa, tornando ai tempi e ai modi di una macchina fotografica, ho ritrovato il gusto di raccontare attraverso le immagini

Quasi un mese fa tornavo in Marocco. Mentre preparavo la valigia ho preso una decisione: in questo viaggio, mi sono detta, userò il mio smartphone solo come telefono. Ma non per fare fotografie. Così, ho dedicato il bagaglio a mano piccolo al trasporto della mia reflex. Forse dovrei aggiungere che è la stessa che mi accompagna nei miei viaggi dal 2008, regalo di mio padre per i miei diciotto anni, e che è così vecchia che anche la fotocamera più scarsa di uno smartphone in circolazione oggi restituisce una qualità maggiore. Perchè quello che mi interessava, non era restituire un’immagine perfetta. Quanto invece, tornare a prendermi il tempo per raccontare – e con esso lo spazio, la luce, il modo per restituire quello che avrei visto e vissuto.

Fotografare con la macchina fotografica: i tempi e i modi di un racconto precontemporaneo

La mia prima macchina fotografica aveva la pellicola ed era della Chicco. L’avevo infatti trovata insieme al mio paio di scarpe preferite numero 33. Avevo sette anni. Da allora ho avuto un’altra macchina, grigia più “da grande”, ma pur sempre a pellicola. Nei primi anni 2000, alle medie, ricevetti una sgargiante e arancione macchina digitale. A cui ne sono seguite altre due, una nera, che è venuta con me in Perù, e una grigia, che accompagnava tutte le mie avventure scoutistiche (era una macchina “da battaglia”). Riprendere in mano la reflex per fotografare in viaggio è stato, quindi, come tornare a casa. Il mio corpo si è ricordato subito cosa doveva fare. Il mio cervello, un po’ meno.

La prima differenza che ho notato, tra fare foto con il telefono e fare foto con una reflex, è che nel primo caso il movimento dura qualche millimetro di secondo. E si compone di quattro gesti soltanto: prendi, sblocchi, inquadri, scatti. Invece, la macchina fotografica ne richiede il doppio: prendi, togli il copri obiettivo, imposti i tempi, imposti i diaframmi, imposti ISO, imposti bilanciamento del bianco, inquadri, metti a fuoco, scatti. Certo, anche chi usa lo smartphone in modalità manuale lo fa, ma secondo un sondaggio di Android Autorithy, lo fa solo il 9,5% degli utenti. E io non sono una di loro. Perché quello che cerco, quando fotografo con il telefono, è l’immediatezza di un’immagine che racconta qualcosa senza troppi fronzoli. Mi serve per dire “io c’ero, quel giorno di febbraio 2026 a Chefchaouen, la città blu del Marocco”. Quando invece fotografo con la macchina fotografica, predisponendo le impostazioni, guardando attraverso l’obiettivo e scegliendo cosa inserire nell’inquadratura e cosa no, mi trovo a raccontare che “a Chefcaouen, ci sono donne che preparano torte nei forni di quartiere e te ne accorgi prima dal profumo e poi dalle tortiere messe a raffreddare fuori dalle porte”.

Un’altra grande differenza è il verso con cui scattiamo. Quanti dettagli si perdono nel formato verticale? In questa foto, per esempio, è solo la dimensione orizzontale che consente di inserire la donna, le tortiere, il pezzo di muro blu e l’altra figura, a farci intendere che siamo in uno spazio pubblico – il forno è di quartiere, appunto – e la foto ritrae una situazione spontanea e fugace – la donna si sporge per parlare con chi è all’interno. Il mondo, in 4:5 o in 9:16, appare sempre meno complesso e variegato di com’è in realtà.

Cosa mi sono ricordata del raccontare grazie all’aver smesso di fotografare con lo smartphone

Quando raccontiamo, è sempre una questione di scelte. Usiamo le parole che ci sembrano più giuste, selezioniamo le immagini che supportano la visione della realtà (e anche di noi) che proponiamo attraverso il nostro racconto, seguiamo una struttura – gancio, apertura, cuore, chiusura – che sappiamo essere efficace. Non possiamo rappresentare tutto. La buona fotografa, il buon fotografo, imposta la sua inquadratura per restituire non il mondo in sè, quanto invece la sua visione dello stesso. Così, la buona storyteller, il buon narratore, è colei che restituisce il punto di vista migliore da cui raccontare. Come facciamo a sapere qual è? Anzitutto, è bene sempre chiedersi che cosa si vuole raccontare, a chi lo stiamo raccontando e perché. Potrei dirvi allora che uno dei modi più interessanti per conoscere la città Fez, altra tappa di questo viaggio, è fare come i galli che vivono sui tetti della città: come altro avrei potuto sapere se no, che è un mare di tegole verde smeraldo?

Selezionare il proprio punto di vista è quindi il primo passo per costruire la propria storia. E rendere il racconto efficace. Una buona storia si compone infatti di ciò che è compreso in essa, ma anche da ciò che è stato volutamente lasciato fuori. Gli incipit migliori non sono forse quelli che lasciano solo intravedere la storia che è stata o quella che verrà (chiamatemi Ismaele)? Fare una foto con la macchina fotografica, mi ha ricordato anche questo. Ovvero, l’importanza, per chi racconta, di rendere la sua (e anche questo non potrebbe che essere altrimenti, se ci pensi) narrazione rilevante per il proprio pubblico. Ma anche l’importanza di prendersi del tempo, per scegliere cosa inquadrare e cosa no. Per selezionare cosa è rilevante o meno. Nella fotografia in modalità manuale, la gestione del tempo è un altro aspetto fondamentale: più tempo significa anche più luce. Che cosa abbiamo bisogno di mantenere illuminato perché il nostro racconto abbia senso? Sono tutte domande che, personamente, quando scatto con lo smartphone ho smesso di farmi. E, invece, è stato bello ritrovarle, lì, dove sono sempre state.